27 appassionati, 27 uomini


Alberto Michelotti

  

Socio del Club dal 1974

Predecessori:
   

Don Carlo

Librettista: Joseph Méry e Camille Du Locle (traduzione italiana di Achille de Lauzières e Angelo Zanardini)
Prima rappresentazione: Parigi, Théâtre de l'Académie Impériale de Musique, 11 Marzo 1867

   

L’OPERA

Raccontata dal socio

Atto I
In Francia e in Spagna nel 1568. L’infante di Spagna, Don Carlo, incontra Elisabetta di Valois a Fontainebleau, e subito se ne innamora. La giovane corrisponde al sentimento, ma la notizia che il re di Francia ha concesso la mano di Elisabetta al padre di Carlo, il re di Spagna Filippo II, stronca l’amore dei due giovani.
Atto II
Nel chiostro del convento di San Giusto, i frati pregano sulla tomba di Carlo V. Qui Don Carlo confida il suo dolore all’amico Rodrigo che lo invita a lasciare la Spagna per le Fiandre dove si attende da lui un gesto di pacificazione. Carlo affida a Rodrigo un ultimo messaggio per Elisabetta, ormai sposa del re di Spagna: vuol vederla ancora una volta prima di lasciare il paese. Nel corso dell’incontro egli cerca di riconquistarla, ma la giovane, per quanto turbata, è fedele al suo giuramento. Non appena Carlo è scomparso, giunge il re Filippo. Trovando la regina sola, senza la consueta dama di compagnia, ne fa colpa alla contessa d’Aremberg, rispedendola in Francia. Poi, solo con Rodrigo, manifesta con un rapido accenno la sua gelosia per un possibile amore tra Elisabetta e il figlio.
Atto III
Nei giardini della regina a Madrid, durante una festa, Don Carlo ha un convegno con una dama, che gli si presenta velata. Egli crede si tratti di Elisabetta e le conferma il suo amore; ma è invece, la principessa di Eboli, innamorata di lui, la quale, compresi i veri sentimenti dell’infante, decide di vendicarsi. Rodrigo cerca invano di calmarla. Sulla piazza della Madonna d’Atocha, viene condotto al rogo un gruppo di eretici. Alcuni deputati fiamminghi, guidati da Don Carlo, irrompono nel corteo reale per chiedere al re la fine delle persecuzioni in Fiandra. Il re li definisce ribelli, Don Carlo gli si avventa contro spada alla mano, ma Rodrigo lo ferma. Per questo atto, Filippo II nomina Rodrigo duca.
Atto IV
Nel suo studio, Filippo medita sulle difficoltà e sulla vita di monarca, quando sopraggiunge il Grande Inquisitore; egli chiede di condannare come eretici Carlo e Rodrigo, del quale ultimo teme un’aperta ribellione. Ed ecco giungere in ansia Elisabetta; ella denuncia la scomparsa di un suo scrigno. Il Cofanetto è sul tavolo di Filippo, sottratto dalla principessa di Eboli alla sua proprietaria, per vendicarsi della regina. In esso è contenuto un ritratto dell’infante, e ora il re è sicuro del tradimento. Invano la regina nega l’adulterio. Accorre, pentita, la principessa di Eboli; confessa le sue colpe e decide di ritirarsi in convento. Intanto nella prigione dove Don Carlo è detenuto, Rodrigo gli annuncia che non sarà condannato: per salvarlo si è autoaccusato, usando il documento che l’infante gli aveva da tempo affidato. Carlo non crede all’amico, ma un improvviso colpo d’archibugio sparato da un sicario colpisce alle spalle Rodrigo e lo uccide. Mentre il re va a liberare il figlio, il popolo inneggia a Don Carlo.
Atto V
Elisabetta è nel chiostro del convento di San Giusto. Prega sulla tomba di Carlo V perché protegga Don Carlo. E questi arriva, per darle un estremo addio: si recherà in Fiandra per affermarvi gli ideali di libertà. Ma irrompono Filippo II e il Grande Inquisitore che credono i due amanti colpevoli. Carlo sta per essere arrestato, quando la tomba di Carlo V si spalanca e l’anima del Grande Imperatore si impossessa del discendente, e lo salva, trascinandolo con sé.